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Conservazione e monitoraggio dei rapaci

Monitoraggio del successo riproduttivo di aquila e gipeto e delle attività di movimento e spostamento

Ambito: Fauna/Rapaci
Durata:
2004-in corso
Area di interesse: Bolzano, Trento, Lombardia
Enti partner: MUSE - Museo delle Scienze di Trento

Il Gipeto barbuto, diventato ormai un emblema del Parco Nazionale dello Stelvio, con i suoi 2,80 m di apertura alare, è il più grande rapace nidificante d’Italia. Il gipeto si nutre di midollo osseo delle carcasse di mammiferi che riesce a digerire grazie al suo pH gastrico particolarmente acido. Il gipeto vive generalmente in coppia e rimane fedele per il resto della sua vita. Utilizza spesso nidi abbandonati di aquila dove la femmina depone due uova a distanza di sette giorni. Solo il giovane nato dal primo uovo deposto viene nutrito e curato, mentre il secondo uovo funge da riserva biologica in caso che il primo non sia fecondato. Il secondo nato è più piccolo e debole e viene aggredito e attaccato dal “fratello maggiore” fino alla morte. Questa forma di fratricidio in etologia prende il nome di cainismo.

Negli anni 1930 il gipeto si è estinto dalle Alpi a seguito di persecuzione da parte dell’uomo. Le cause dell’accanimento sono da imputare a false credenze che consideravano il gipeto un animale minaccioso, uccisore di bestiame (da qui l’epiteto di “avvoltoio degli agnelli”), e al collezionismo di animali imbalsamati, ampiamente diffuso al tempo.


Nel 1986, grazie al professore Hans Frey dell’Università di medicina veterinaria di Vienna, ebbe inizio un progetto di reintroduzione del gipeto nell´arco alpino, al quale ha aderito anche il Parco Nazionale dello Stelvio con il rilascio di giovani gipeti provenienti da giardini zoologici negli anni 1990 – 2000. Vent’anni fa, in un nido della Valle del Braulio, nasceva Stelvio, il primo gipeto selvatico nato in Italia, il secondo in assoluto sulle Alpi europee.

In Italia sono presenti 15 coppie di gipeti e nell’area del Parco dello Stelvio si concentra la più alta numerosità.

Nell’area protetta, infatti, sono presenti attualmente 5 coppie nidificanti, di cui una tra le più longeve delle Alpi. Si aggiungono altre 7 coppie stanziate nelle zone limitrofe del Parco, ma gravitanti nell’area protetta. Nel settore trentino del Parco non sono attualmente presenti coppie. In passato si è assistito a tentativi di nidificazione, falliti a causa di disturbo al nido. Negli ultimi anni vengono però raccolte continue osservazioni di individui in transito occasionale o sosta per periodi anche prolungati che fanno pensare a futuri tentativi di creazione di nuove coppie e conseguenti eventi riproduttivi.

Differente situazione per il simbolo del Parco Nazionale dello Stelvio, l’aquila reale, che, nonostante avesse subito diminuzioni a causa della persecuzione umana, non è mai scomparsa dall’arco alpino. Imponente rapace diurno con un’apertura alare che raggiunge i 2.30 m, ottima cacciatrice, l’aquila trova condizioni particolarmente favorevoli all’interno dell’area protetta, con idonei siti di riproduzione e abbondanza di prede. Nel Parco sono presenti 31 coppie (5 nel settore trentino, 8 in quello altoatesino e 18 in quello lombardo).

Come per il gipeto, anche l’aquila forma coppie monogame che di norma si mantengono inalterate per tutto il corso della propria vita. Il maschio e la femmina si scelgono con un rito nuziale in volo molto suggestivo. Anche tra i piccoli di aquila avviene il fenomeno di cainismo.

Attualmente lo status di gipeto e aquila viene monitorato attraverso:
- Monitoraggi visivi su campo delle coppie nidificanti, delle eventuali nuove coppie e di individui non territoriali nel Parco e nei territori limitrofi;
- Raccolta di reperti biologici utilizzati per indagare la dieta dei rapaci e per analisi genetiche che permettono di conoscere l’identità dell’animale;
- Censimenti contemporanei in tutta l’area protetta, due volte all’anno, in primavera e autunno, grazie anche al contributo di molti volontari appassionati. Le Contemporanee  permettono di restituire un’istantanea su larga scala della situazione delle due specie;
- Fotointerpretazione (solo per gipeti adulti): basandosi su osservazioni dotate di testimonianze fotografiche è possibile riconoscere animali noti grazie alle caratteristiche del piumaggio (usura o muta). In questa fase è fondamentale il contributo degli osservatori amatoriali che permettono di ottenere una ricca banca dati. Il Parco continua a promuovere la trasmissione di qualsiasi osservazione all’Ente.


I dati ottenuti contribuiscono al database del Parco e, nel caso del gipeto, vengono anche trasmessi all’IBM (International Bearded Vulture Monitoring), associazione che si occupa del monitoraggio del gipeto a livello internazionale.

A partire dal 2019, lo studio, in collaborazione con Parco Naturale Paneveggio Pale di San Martino, l’istituto Max Planck e la stazione ornitologica Vogelwarte, ha previsto anche l’inanellamento di 10 aquilotti e l’applicazione di dispositivi di geolocalizzazione su 8 di essi. Questa azione permetterà di monitorare la dispersione giovanile degli animali.

Il progetto si propone anche di individuare i fattori di minaccia per le due specie. I rapaci sono particolarmente soggetti al saturnismo, una sindrome da avvelenamento da piombo che si accumula nell'organismo per ingestione dei frammenti dei proiettili da caccia che contaminano i visceri e la carne degli animali, specialmente ungulati, colpiti. La presenza del piombo nelle munizioni utilizzate per le armi può incidere negativamente su uccelli e mammiferi parzialmente necrofagi in quanto si alimentano a spese di animali feriti da un'arma da fuoco o sui visceri abbandonati sul terreno provenienti da ungulati abbattuti. Studi recenti condotti sulle Alpi dimostrano che i resti di animali abbattuti con proiettili contenenti piombo costituiscono un fattore di pressione per gipeto e aquila reale. Per azzerare questo rischio l'intervento più vantaggioso anche dal punto di vista economico, e alternativo allo smaltimento dei visceri presso i centri di controllo, risulta essere l'adozione di munizioni prive di piombo, quindi atossiche.




Conservazione e monitoraggio dei rapaci
 
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